Sebastiano (Narbona, 256 – Roma, 20 gennaio 288) è stato un militare romano, martirizzato, oggetto di un culto antico. Informazioni e leggende sulla sua vita sono narrate nella Passio Sancti Sebastian di Arnobio il Giovane, monaco del V secolo e poi nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine. Invocato come patrono delle Confraternite di Misericordia italiane, poiché si rileva in lui l’aspetto del soccorritore che interviene in favore dei martirizzati e dei sofferenti, San Sebastiano è anche patrono degli Agenti di Polizia locale (Breve apostolico del 1957 di papa Pio XII). Insieme a san Rocco viene invocato e raffigurato a protezione contro la peste: secondo l’agiografia, san Sebastiano sopravvisse alle frecce che gli procurarono ferite simili alle piaghe della peste; morì infatti successivamente, per fustigazione, durante la persecuzione dei cristiani da parte di Diocleziano nel III secolo d.C. L’iconografia tradizionale lo mostra nudo, con solo un panneggio sui fianchi, un corpo di bella anatomia, trafitto da numerose frecce, a volte legato ad un tronco di albero con funi. La nudità di questo santo era ammessa dalla chiesa e a tal proposito risulta emblematico l’episodio tramandato da Giorgio Vasari nelle Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori in merito al pittore Fra Bartolomeo:
«… Laonde per prova fece in un quadro, un San Sebastiano ignudo con colorito molto alla carne simile, di dolce aria e di corrispondente bellezza alla persona parimente finito, dove infinite lode acquistò appresso agli artefici. Dicesi che, stando in chiesa per mostra questa figura, avevano trovato i frati nelle confessioni, donne che nel guardarlo avevano peccato per la leggiadria e lasciva imitazione del vivo, datagli dalla virtù di fra’ Bartolomeo; per il che levatolo di chiesa, lo misero nel capitolo …»
La storia di questo martire è una delle più rappresentate nelle arti visive e la sua raffigurazione ha subito nel corso del tempo una notevole evoluzione passando dall’originaria figura di uomo barbuto con armatura, a quella di un giovane soldato e infine a quella di giovane imberbe, muscoloso, con corpo intatto, e seminudo. Presso l’Oratorio della Madonna del Ponte a Stia, è conservata una pala d’altare in terracotta policroma invetriata, raffigurante al centro il gruppo della Madonna con Bambino e ai lati San Rocco e San Sebastiano, quest’ultimo facilmente identificabile perché seminudo e legato ad un tronco. Ciò che è possibile notare immediatamente è la mancanza delle frecce o delle ferite sul corpo: questo si spiega considerando che il plasticatore ha scelto di raffigurare il momento che precede la tortura con le frecce, preferendo mostrare un santo/eroe di tipologia classicheggiante, rispettando alcuni concetti della cultura di primo Cinquecento in ambito fiorentino. Il corpo del giovane santo, più che di un martire cristiano, appare come un eroe classico, proporzionato sui modelli della statuaria antica il cui ideale di bellezza si basava sulla Aurea Mediocritas (Aurea Moderazione) su un equilibrio perfetto che non ammetteva l’evidenza dei segni né degli strumenti della sofferenza del martirio. La bellezza classica cui la figura del santo s’ispira incarna la “nobile semplicità e quieta grandezza” come, alcuni secoli più tardi, Winckelmann, definiva l’arte antica.
A questo punto mi piace citare una riflessione del critico d’Arte Vittorio Sgarbi che in merito alla figura di San Sebastiano così si esprime: “Nel mondo classico c’era Apollo, un dio bello e solare. Ci si poteva immaginare qualcosa di simile nel mondo cristiano? No, ma poi a un certo punto arriva questo Apollo cristiano, che reagisce al martirio al punto da respingere senza scomporsi le frecce che dovrebbero trafiggerlo.” La pala invetriata di Stia, che reca la data 1531, è stata attribuita a Sante Buglioni, nome d’arte di Santi di Michele (1494 – 1576) plasticatore che lascia nella pieve dedicata all’Assunta, un coevo tabernacolo eucaristico con l’arme di Leonardo Buonafede, spedaligno di Santa Maria Nuova a Firenze, vescovo di Vieste per un biennio e vescovo di Cortona nel 1529. Le figure realizzate da Santi nella pala d’altare dell’Oratorio stiano, risultano solenni, avvolte in ampi panneggi e nelle pose mostra già uno stile che si avvicina al manierismo. Le decorazioni che ornano la trabeazione e le lesene laterali rimandano a modelli tradizionali della bottega dei Della Robbia, dei quali i Buglioni riuscirono a carpire i segreti dell’arte plastica degli invetriati.